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SAB

Il lavoro e il modello di società che ci occorrono non possono dipendere dal mercato

By 20 Novembre 2011Gennaio 30th, 2019No Comments

L’impegno di dar vita ad associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti, oggi più di ieri, deve essere onorato più che mai dalla politica, che deve pretendere il massimo dell’etica nell’esercizio di una tutela così importante e delicata.

Nel contesto della crisi, l’incertezza del lavoro porta difficoltà personali e sociali gravi, che offendono la dignità della persona e quindi le “esigenze della giustizia” richiedono, con rinnovata urgenza e rinnovato vigore, che si continui a perseguire quale priorità sia l’accesso al lavoro per tutti che il mantenimento del lavoro per chi ce l’ha. E’ evidente che tutto ciò non può che avvenire in una funzione dialettica, se non proprio antitetica, rispetto alla logica mercantile. Occorre una “civilizzazione dell’economia” rispetto alla forte tendenza speculativa che sta invadendo la società.

Infatti una “economia civile” deve in ogni caso considerare la valenza sociale dell’impresa (come fa la costituzione italiana d’altronde) e la conseguente responsabilità nei confronti delle famiglie dei lavoratori, della collettività e dell’ambiente. Questa concezione dell’economia, con la conseguente tutela dei diritti sociali, è parte integrante della democrazia sostanziale e l’impegno a rispettare l’una e gli altri non può dipendere meramente dall’andamento delle borse e del mercato. D’altra parte, in questa prospettiva, guardare al lavoro significa vedere in esso ben più di un’occupazione o di una carriera, ma soprattutto l’esercizio della cittadinanza, la realizzazione di una vocazione, qualcosa di connesso direttamente al senso della vita.

Altrimenti perché sarebbe così importante il lavoro? Perché dovremmo difenderlo con tanto impegno? E invece ci attendono tempi duri, perché i difensori della visone commerciale del lavoro e della vita ci diranno che un quarto della forza lavoro non potrà trovare in futuro spazio nelle aziende e che saranno scelti coloro che accetteranno lavori umilianti. Alle persone, prime fra tutte le donne, verrà chiesto di scegliere fra lavoro e famiglia e di adattarsi alle necessità delle imprese. E invece dobbiamo pretendere lavoro per tutti, decente e con tempi conciliati con la famiglia.

Sarà l’impresa che dovrà adattarsi alla società che l’accoglie e non viceversa. Per ottenere ciò occorre prima cambiare il concetto di impresa. Imprenditore è chi crea “valore aggiunto”, non il profitto. E il terzo settore, pur essendo senza scopo di lucro, è forse quello che crea maggior valore aggiunto nella comunità. Cooperative, consorzi, fondazioni, sono imprese a tutti gli effetti e potrebbero assorbire gran parte della disoccupazione: per far ciò però occorrerà cambiare in questo il codice civile del 1942. Infine se concediamo alle imprese sociali gli sgravi delle onlus, potremmo avere in poco tempo cinquantamila aziende in più con una media di cinque addetti ciascuna, il tutto a zero costi per lo Stato, che anzi ci guadagnerebbe ovviamente in entrate.

Una parte della sfida è quindi agevolare il terzo settore per dare lavoro a tutti. Un altro aspetto importante è anche decidere che lavoro vogliamo. In un’epoca post industriale non è ammissibile avere modelli mutuati dalla fabbrica.

L’adattare quei modelli al mondo del lavoro di oggi significa umiliare i lavoratori. Per ultimo occorre smetterla di far passare quali politiche per la famiglia le leggi che incentivano il lavoro femminile, che è sacrosanto e va incentivato, ma spesso oggi avviene proprio a scapito della famiglia. Quello che occorrerebbe incentivare oggi, quello che occorrerebbe stimolare nelle imprese invece è “compiere azioni di responsabilità sociale e familiare”.

Mario Pertici

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