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Banca, paradiso perduto dove regna la malinconia

By 26 Gennaio 2019Gennaio 30th, 2019No Comments

Per comprendere in modo più chiaro possibile il rapporto che oggi esiste tra la “malinconia” e le banche dobbiamo analizzare l’etimologia del termine.
Malinconia deriva dal greco “melanconia”, precisamente dall’unione di due termini: “melanòs” = nero (da cui, per esempio melanoma) e “cholé” = bile (da cui per esempio, colecisti). Quindi, per i greci, melanconia significava letteralmente bile nera. Più generalmente, oggi, ci riferiamo a uno stato d’animo di tristezza e di abbattimento, il rallentamento, lo scoraggiamento, la perdita del tono vitale, il senso di vuoto.

Con gli obiettivi impossibili da raggiungere,
l’assenza totale di percorsi di carriera,
le “promozioni miraggio”,
gli esodi obbligatori,
i demansionamenti…
chi oggi non è melanconico?

Purtroppo, notiamo un aumento della casistica, fra i colleghi, di chi prova “una profonda tristezza”, di chi è moralmente abbattuto, stressato, prostrato.

Uno dei primi esempi letterari di un “melanconico” lo dona Omero nell’Iliade, quando racconta di Bellerofonte, che subisce l’ira degli dei: “Ma quando fu in
odio anche lui a tutti gli dei, solitario vagava allora per la pianura Alea mangiandosi l’anima, evitando l’orma degli uomini”. Bellerofonte, in realtà, è un uomo probo e non ha fatto nulla contro gli dei, anzi, ha superato innumerevoli prove, proprio come il collega che riesce, per esempio, a “mantenere” il rapporto con
il cliente, nonostante le poco accattivanti proposte d’investimento. I mega dirigenti delle banche, come gli dei, non si accontentano e vogliono sempre di più, sempre più “nuovi” clienti (per Bellerofonte nuove imprese “ciclopiche”), quasi si compiacciono di perseguitare il collega Bellerofonte che è impotente di fronte
alla collera degli dei e diventa “melanconico”. Questo stato d’animo lo “avvita” su se stesso perché, comunque, si sente responsabile, anche se non ha nulla da
rimproverarsi.

Primo esempio scientifico della malinconia lo fornisce Ippocrate, sostenendo che questa nasce per un eccesso di bile nel corpo. Questo eccesso di bile porta alla
collera, proprio come, a distanza di secoli, accade oggi: pensiamo ai colleghi che sono “adirati” neri per la mancanza di un sistema incentivante obiettivo e …”.
Attuali i versi di Dante Alighieri “Un dì si venne a me Malinconia e disse: io voglio un poco stare teco”. Il guaio è che con queste continue riorganizzazioni,
che si contraddicono nel tempo, mostrando scarsa “vera” progettualità, la malinconia non ristà “un poco”, ma rischia di rimanere in eterno. Nel 18° secolo, Richard Burton scriveva “Anatomy of Melancholy” e proponeva, come rimedio al melanconico, il classico “salasso”, con applicazioni di sanguisughe. Crediamo che oggi il collega sia “salassato” con altro tipo di “applicazioni”, ma ci rendiamo conto che anche questo libro è quanto mai attuale.

In Italia, Giacomo Leopardi affermava: “chi conosce intimamente il cuore umano e il mondo, conosce la vanità delle illusioni, e inclina alla malinconia”. Pensiamo a tutte quelle persone “illuse” da fantomatici percorsi di carriera, fatti di sacrifici, salti ad ostacoli, stress, che non vedono alcunché alla fine del percorso trovandosi sempre più “biliosi”.

Dobbiamo altresì ricordare Freud, che nel 1915 in “Lutto e Malinconia” già nel titolo sintetizza parecchio “l’habitat” bancario: causa eccedenze di personale, sempre meno colleghi in servizio, solo esodi, rarissime assunzioni e migliaia di posti di lavoro in meno. Infine, non dimentichiamo Miguel De Cervantes, in Don Chisciotte Della Mancia: “La malinconia non è fatta né per le bestie né per gli uomini: ma se questi vi si abbandonano disperatamente diventano bestie”. Non “abbandoniamoci”, proviamo a reagire, ognuno nel suo piccolo può dare il suo contributo, non cadiamo nell’errore di pensare che non si possa fare nulla. Non cadiamo nel tranello del “potere forte”, che non vuole alcun tipo di “voce contro”. Finiamola di essere malinconici, tristi, adirati. Ricordiamoci delle parole di Nietzsche, “Non con l’ira ma con il riso si uccide”.

Giuseppe Angelini

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